Permafrost sempre più vulnerabile, la Siberia lancia l’allarme al mondo

Permafrost sempre più vulnerabile, la Siberia lancia l’allarme al mondo
Pubblicazione: 6 luglio 2020
Perché mai devono sfociare nell’Artico? Gli scienziati sovietici accarezzarono a lungo l’idea di invertire il corso dei grandi fiumi siberiani, dirigendoli verso le terre assetate del Sud. Progetto abbandonato negli anni 80. Scrisse la Literaturnaja Gazeta: «Non si interferisce con la natura fino a questo punto». Oggi la Siberia torna a suonare l’allarme.

«Ci siamo svegliati alle 4 del mattino, sentendo le pareti scricchiolare. La casa si stava spaccando». Periferia di Yakutsk, via Avtodorozhnaja 8/4, 24 giugno: le immagini pubblicate dal Siberian Times sono impressionanti. La grossa crepa va dalle fondamenta al tetto: concepito come una “palafitta”, l’edificio a due piani sembra aver perso uno dei punti di appoggio.

Le città costruite sul permafrost
Avviene sempre più spesso, a Yakutsk e nelle altre città costruite su permafrost: il ghiaccio “eterno”, meno stabile a causa del cambiamento del clima, allenta la presa sui piloni che sostengono edifici e infrastrutture, li deforma, li spezza. Lo stesso fenomeno, si sospetta, all’origine della fuoriuscita di combustibile da un gigantesco serbatoio di Norilsk, Siberia centrale. Dalla cisterna danneggiata 21mila tonnellate di diesel si sono riversate nei fiumi e nel sottosuolo, un disastro ambientale di cui ancora non è possibile calcolare le dimensioni, ma che già chiamano la Chernobyl dell’Artico.

Il canarino nella miniera
E poi ci sono gli incendi, che dopo aver devastato milioni di ettari di foreste nel 2019 quest’anno sono ripresi già in aprile. Krasnojarskij Kraj, Kamchatka, Chukotka: le immagini dal satellite mostrano un’area invasa dal fumo grande quanto metà Europa. Cosa avverrà nei prossimi mesi? Il 20 giugno ha poi fatto notizia il record stabilito dal piccolo villaggio di Verkhoyamsk, 38° in uno dei due luoghi che si contendono il titolo mondiale di “polo del freddo” perché d’inverno si andava oltre i 67° sotto zero.

Non lontano da lì, per così dire, per settimane le grandi città siberiane – Novosibirsk, Omsk, Tomsk, Kemerovo – hanno vissuto a 30/35°. «L’Artico e l’Antartide – diceva nel 2017 al Forum di San Pietroburgo lo svedese Frederik Paulsen, imprenditore ed esploratore polare – sono i nostri sistemi di allerta sui cambiamenti ambientali estremi, come i canarini nelle vecchie miniere di carbone». Campanelli d’allarme che di colpo si sono messi a suonare tutti insieme, sempre più forte.

«In realtà, che il clima stia cambiando lo sanno tutti da tempo – spiega Mikhail Yulkin, direttore del Centro per gli investimenti ambientali ad Arkhangelsk –. Ed è noto anche che in Russia cambia più in fretta del resto del pianeta, due volte e mezzo, nell’Artico 4,5 volte più rapidamente. Si sa pure che il riscaldamento globale si ripercuote sullo stato del permafrost, che un tempo chiamavano eterno ma che eterno non è affatto». La sorpresa è la brusca accelerazione di quest’anno e il persistere dell’ondata di calore che ha colpito la Siberia.

L’invasione delle tarme giganti
«Non solo maggio è stato insolitamente caldo – conferma Freja Vamborg, senior scientist al Copernicus Climate Change Service dell’Unione Europea –, inverno e primavera hanno avuto ripetuti periodi di temperature superiori alla media. Tutto il pianeta si sta scaldando, ma non in modo uniforme. La Siberia occidentale mostra più tendenze al riscaldamento, con le maggiori variazioni nella temperatura». I media locali riferiscono che il ghiaccio dei grandi fiumi, dallo Enisej all’Ob, ha iniziato a spezzarsi in largo anticipo; che già in febbraio gli animali uscivano dal letargo, e che le cortecce degli alberi vengono divorate da tarme giganti.

Il carbonio intrappolato nel suolo
Sopravvalutare l’impatto che il cambiamento climatico può avere sull’ecosistema siberiano, alle prese con altri gravissimi problemi di inquinamento, è molto difficile. Nel permafrost, calcola l’Arctic Council, è intrappolato il 50% del carbonio contenuto al suolo, e il rischio che venga rilasciato nell’atmosfera per il rialzo delle temperature – effetto moltiplicato dagli incendi – crea un circolo vizioso che coinvolge l’intero pianeta.

Ma è sufficiente che il permafrost si scaldi, ancor prima di sciogliersi, per diventare instabile, cambiare spessore e perdere capacità di sostegno dei carichi. Un pericolo ancora più immediato, come testimonia il disastro di Norilsk. «Alcune nostre città – diceva Vladimir Putin in dicembre – sono state costruite a Nord del Circolo Polare, sul permafrost. Se inizia a sciogliersi, immaginate le conseguenze». Non si tratta solo di città: vive sul permafrost (65% del territorio russo) il grosso dell’industria energetica da cui dipende l’economia, da qui deriva il 15% della produzione di petrolio e l’80% di gas. Un patrimonio di 300 miliardi di dollari secondo uno studio guidato da Dmitry Streletsky della George Washington University: edifici residenziali che per il 54% potrebbero subire danni per le variazioni del permafrost; altre strutture e infrastrutture a rischio per il 19-20%.

Nome, cognome e patronimico
«Sfortunatamente la Russia – denuncia Vasily Yablokov di Greenpeace Russia – non sta facendo abbastanza in questa battaglia». Perché la natura reagisce a una situazione determinata dall’uomo: «Ogni catastrofe ha sempre nome, cognome e patronimico – si accalora Mikhail Yulkin tornando sul disastro di Norilsk –, c’è sempre un fattore umano se il terreno cede, se il ghiaccio si scioglie». Soprattutto, c’è sempre una responsabilità: «Sai che sotto i tuoi impianti non c’è roccia ma ghiaccio. Sai che nella tua regione il clima si scalda più rapidamente che altrove nel mondo, e hai un serbatoio con 21mila tonnellate di diesel che potenzialmente può uccidere pesci, renne, orsi, tutto quanto vive laggiù. Certo che sono responsabili. Dovevano controllare quel reservoir con quattro occhi, e non voltarsi dall’altra parte». Lo stesso vale per i pozzi, gli impianti, migliaia di km di gasdotti e oleodotti e case non considerate a rischio, come quella di via Avtodorozhnaja a Yakutsk.

Il paradiso delle rinnovabili
«La Russia ha un potenziale immenso nel campo delle rinnovabili: sole, vento, biocarburanti, energia geotermica e idroelettrica. Qualunque cosa, ovunque – spiegava nei giorni scorsi sul Moscow Times Georgy Safanov, direttore del Centro per l’Economia dell’ambiente e delle risorse naturali all’Alta Scuola di Economia di Mosca –. Ma le basi economiche del sistema energetico sono molto tradizionali, e molto corrotte». A fronte di una media mondiale del 10%, la Russia trae dalle fonti rinnovabili soltanto lo 0,16% dell’elettricità che consuma. Pochi sperano che si possa superare nei prossimi anni la soglia dell’1%.

Al di là dei proclami del Cremlino, che dopo aver finalmente aderito agli Accordi di Parigi ha fissato per il contributo delle rinnovabili un obiettivo del 4,5% entro il 2024, tutte le attenzioni (e gli investimenti) dello Stato sono per i giganti dell’oil & gas, per le reti di gasdotti diretti in Europa (Nord Stream) o verso la Cina (Sila Sibiri: la forza della Siberia). E, sempre di più, per i colossali progetti che si fondano sulle risorse energetiche dell’Artico, rese più accessibili e meno complicate da trasportare proprio grazie al cambiamento climatico. «Riscaldamento che rende la Via marittima del Nord più aperta, più facilmente navigabile e meno costosa», spiegava il 9 giugno scorso in un’intervista al Sole-24 Ore il professor Vladimir Romanovsky, geofisico all’Università di Fairbanks in Alaska. La rotta Europa settentrionale-Pacifico attraverso l’Oceano Artico è diventata priorità strategica per il trasporto degli idrocarburi dalle penisole di Yamal e Taymyr, basi del futuro della produzione energetica russa.

Una via d’uscita: diversificare
Con basi costruite sul permafrost, il 45% dei giacimenti russi di gas e petrolio sono situati nelle “zone rosse” dell’Artico, quelle in cui lo strato superiore del permafrost varia con le stagioni, ed è più instabile. «Yamal – spiega Mikhail Yulkin, direttore del Centro di Arkhangelsk per gli investimenti ambientali – non è poi così lontana da Taymyr (la zona coinvolta dal disastro ambientale di Norilsk, ndr), e quello che è successo a Taymyr potrebbe capitare lì. E allora saremmo in guai seri».

Perché se un incidente dovesse fermare la produzione di gas, «noi il gas all’Europa non lo vendiamo più. In questo senso, i consumatori europei fanno bene a non mettere tutte le uova in un paniere e a diversificare, a non acquistare energia solo dalla Russia». E la stessa Russia farebbe bene a diversificare le proprie fonti di energia, pur nella consapevolezza del contributo cruciale di oil & gas al bilancio dello Stato. «Avrebbe senso dedicare più attenzione all’energia verde – continua Yulkin – e non mettere sempre la vendita di gas davanti a tutto».

L’aiuto delle tecnologie
Nel frattempo, mentre gli esperti cercando di farsi un’idea del danno subìto dalle acque e dal sottosuolo tra Norilsk e la costa artica, con i veleni del diesel che sembrano proseguire inesorabilmente verso il Mar di Kara, su ordine di Vladimir Putin si lavora alla messa in sicurezza di edifici e infrastrutture, tutto quanto potenzialmente costituisce una minaccia. E si lavora alle nuove tecnologie che le compagnie coinvolte nei progetti artici – Gazprom, Novatek, Rosneft – studiano per tenere conto del cambiamento climatico mentre installano le nuove infrastrutture: termopiloni che limitano il riscaldamento del permafrost, pilastri radicati fino a 28 metri di profondità per mantenerne la tenuta per tutta la durata del progetto in cui sono inseriti. Purché il cambiamento ambientale non corra ancora più veloce.