La cattura della CO2 fa un buco nell’acqua negli Usa: il caso di Petra Nova

La cattura della CO2 fa un buco nell’acqua negli Usa il caso di Petra Nova
Pubblicazione: 5 febbraio 2021
È sempre più in salita la strada verso la maturità commerciale della tecnologia che dovrebbe “catturare” le emissioni di CO2 per riusarle in qualche processo industriale o stoccarle sottoterra, il cosiddetto CCS (Carbon Capture and Storage).

La stessa tecnologia su cui Eni puntava a investire con le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza, realizzando un enorme sito di stoccaggio del carbonio in ex giacimenti di gas al largo di Ravenna, progetto poi eliminato dalla versione del Pnrr ora all’esame delle Camere.

Negli Stati Uniti il CCS ha appena incassato una sconfitta di notevoli proporzioni che dovrebbe suonare il campanello d’allarme per futuri progetti nel settore.

L’unico impianto CCS americano al servizio di una centrale a carbone – e il più grande al mondo di questo genere – sarà messo fuori servizio tra pochi mesi a tempo indeterminato, perché ritenuto non più sostenibile dal punto di vista economico dal gestore dell’impianto, NRG Energy.

La chiusura definitiva, riferisce l’agenzia Reuters, scatterà il prossimo 26 giugno.

Parliamo dell’unità CCS di Petra Nova che sequestrava una parte della CO2 emessa dalla centrale a carbone Parish Generation Station in Texas, un gigante da 3,6 GW (circa 2,6 GW a carbone e il resto a gas), la seconda centrale fossile più grande degli Stati Uniti.

Abbiamo scritto “sequestrava” perché il sistema CCS era già stato messo temporaneamente in naftalina lo scorso maggio 2020, per via delle difficoltà economiche internazionali durante il lockdown, con il calo della domanda petrolifera e i bassi prezzi dell’oro nero.

Difatti, l’anidride carbonica catturata a Petra Nova era trasportata via tubo nei giacimenti petroliferi di West Ranch per supportare l’estrazione di greggio tramite la tecnologia EOR (Enhanced Oil Recovery), che prevede di iniettare l’anidride carbonica nei depositi sotterranei per favorire la fuoriuscita del petrolio (si parla anche, infatti, di estrazione “potenziata”).

NRG Energy ha precisato che il sistema CCS e la relativa unità a gas saranno preservati, in caso di una futura riattivazione di questa tecnologia.

Il punto è che la cattura della CO2 e il suo riutilizzo nei campi petroliferi aveva senso, sotto il profilo economico, solamente con prezzi del barile tra 75-100 dollari, valori molto lontani da quelli attuali; questo dato è citato nella newsletter CoalWire 355 del Global Energy Monitor, che riporta la notizia della chiusura con varie informazioni sul progetto.

In altre parole: prendere la CO2 a Petra Nova costava più del petrolio che si poteva estrarre tramite quella stessa CO2.

La tecnologia CCS, infatti, è molto dispendiosa: basti pensare che per alimentare l’intero sistema era stato necessario realizzare un’unità a gas dedicata.

In sostanza: Petra Nova bruciava gas fossile (senza compensare le relative emissioni inquinanti) per alimentare l’impianto CCS, che a sua volta catturava soltanto una piccola parte della CO2 emessa dall’intero colosso a carbone, CO2 che poi serviva a produrre altro combustibile fossile (il petrolio).

Difficile capire cosa ci sia di “verde” in progetti di questo tipo.

Più in dettaglio, la tecnologia CCS era applicata a una porzione di 240 MW di una singola unità da 615 MW, quindi parliamo di neanche un decimo della capacità complessiva a carbone della Parish Generation Station (2,6 GW, circa 2.600 MW).

Eppure, Donald Trump aveva sbandierato Petra Nova come un mega-progetto del carbone pulito.

Ancora un anno fa, a gennaio 2020, l’amministrazione Usa aveva celebrato il terzo compleanno dell’impianto con una nota stampa intitolata “Happy Third Operating Anniversary, Petra Nova!”.

Il progetto aveva ottenuto un finanziamento di 190 milioni di dollari dal dipartimento americano dell’energia (DOE) e la sua costruzione era partita nel 2014; a gennaio 2017 Petra Nova era entrata in esercizio commerciale.

Peccato, si legge in un documento della IEEFA (Institute for Energy Economics and Financial Analysis) di agosto 2020, che Petra Nova non sia mai riuscita – per problemi tecnici e fattori di capacità inferiori alle attese – a catturare la quantità “promessa” di CO2, che avrebbe dovuto essere il 90% delle emissioni associate ai 240 MW di unità a carbone.

In sintesi, il documento della IEEFA spiega che i valori reali sono molto più bassi se si considerano anche le emissioni dell’unità a gas che alimenta il sistema CCS, emissioni che, come detto in precedenza, non sono mai state calcolate.

In definitiva, il progetto non è stato quella “fabbrica di soldi”, money maker, che tutti si aspettavano.

Così il CCS è una tecnologia sperimentale che non ha ancora dimostrato la sua efficacia né la sua capacità di raggiungere economie di scala per ridurre gli investimenti iniziali.

Ciononostante da più parti si continua a sostenere, come ha fatto Eni di recente, che la cattura della CO2 sia un ingrediente indispensabile per azzerare le emissioni di CO2 entro metà secolo, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo e con gli impegni net-zero annunciati da Cina, Giappone altri Paesi.

L’Agenzia internazionale dell’energia (IEA: International Energy Agency) ha sempre affermato che un po’ di CCS sarà necessario. Alla stessa conclusione era giunto uno studio del Potsdam Institute.

E il primo ministro norvegese, Erna Solberg, lo scorso settembre aveva annunciato che il governo finanzierà il mega-progetto “Longship” che comprende una serie di iniziative nel CCS, tra cui un impianto per catturare le emissioni di un cementificio di HeidelbergCement e un altro impianto per sequestrare la CO2 di un inceneritore a Oslo.

Nel pacchetto c’è anche l’iniziativa Northern Lights: una joint-venture tra Equinor, Shell e Total per realizzare un sistema CCS con cui trasportare via nave la CO2 liquida, catturata da diversi stabilimenti industriali, fino a un terminale sulla costa occidentale del paese.

Vedremo se scommesse di questo tenore reggeranno la prova del mercato su scala globale: ci sono molte ragioni per dubitarne.