La responsabilità sul clima dei Paesi che aumenteranno la produzione di fossili

La responsabilità sul clima dei Paesi che aumenteranno la produzione di fossili
Pubblicazione: 3 dicembre 2020
C’è ancora tanto greenwashing nelle grandi aziende e nei governi di tutto il mondo.

Sempre più aziende e governi, infatti, annunciano obiettivi per azzerare le emissioni nette di anidride carbonica entro metà secolo: ad esempio Cina, Giappone, Corea del Sud per quanto riguarda i Paesi (e anche gli Stati Uniti di Joe Biden dovrebbero unirsi); Equinor, BP e Shell per quanto riguarda le multinazionali dei combustibili fossili.

Tutti parlano di obiettivi net-zero al 2050 ma la realtà viaggia in una direzione diversa come evidenzia il nuovo rapporto pubblicato dal programma ambientale delle Nazioni Unite, l’Unep (United Nations Environment Programme).

C’è una discrepanza notevole tra quello che i governi dicono di voler fare per il clima, e quello che fanno davvero, è il succo del Production Gap Report 2020 (allegato in basso).

E c’è greenwashing proprio quando le azioni contraddicono gli impegni annunciati per combattere il cambiamento climatico: ad esempio, quando un Paese afferma di voler ridurre le emissioni inquinanti, ma poi continua a incrementare l’estrazione di carbone, gas, petrolio.

Il rapporto spiega che i Paesi dovrebbero tagliare del 6% ogni anno la produzione globale di combustibili fossili, se volessero realizzare un mix energetico compatibile con l’obiettivo fissato dagli accordi di Parigi: limitare l’aumento della temperatura media del nostro Pianeta a +1,5-2 gradi entro fine secolo, in confronto all’età preindustriale.

Più in dettaglio, la produzione mondiale di carbone, petrolio e gas dovrebbe diminuire, rispettivamente, dell’11%, 4% e 3% ogni anno.

Invece, i Paesi stanno pianificando di produrre complessivamente un 2% in più ogni anno di risorse fossili, col risultato che nel 2030 il livello della produzione di carbone, petrolio e gas nel mondo sarà oltre il doppio rispetto a quello consentito dall’accordo di Parigi.

Finora, ricorda l’Unep, i Paesi del G20 hanno destinato 230 miliardi di dollari, nei rispettivi piani di rilancio economico post-Covid, a settori industriali connessi all’estrazione e all’utilizzo di fonti fossili, ben più di quanto riservato fino a questo momento alle tecnologie pulite (circa 150 miliardi).

Il grafico, tratto dal rapporto, mostra l’entità del divario tra la via che si dovrebbe seguire nella produzione mondiale di fonti fossili: la linea verde e linea viola che corrispondono ai traguardi di Parigi: rispettivamente, +2 e +1,5 gradi di riscaldamento; mentre la traiettoria su cui si sono incamminati i governi, con i loro piani di sviluppo delle fonti fossili è tracciata dalla linea rossa.

La linea marrone, invece, rappresenta il livello di produzione di fonti fossili che si avrebbe se tutti i Paesi attuassero gli impegni per il clima inseriti nei piani NDC (Nationally determined contributions), i piani volontari volti a ridurre le emissioni inquinanti, previsti dagli accordi parigini del 2015.

Anche in questo caso, la discrepanza tra “dove si sta andando” e “dove si dovrebbe andare” è assai ampia.

Conviene precisare che il grafico presenta il gap di produzione impiegando, come unità di misura, la CO2 che sarebbe emessa attraverso la combustione dei diversi carburanti fossili (si parla di giga-tonnellate di CO2, Gt: una giga-tonnellata equivale a un miliardo di tonnellate di anidride carbonica).

In altre parole: se i Paesi produrranno tutto il carbone, il petrolio e il gas che hanno pianificato, saranno responsabili di un maggiori emissioni e inquinamento (miliardi di tonnellate di CO2 in più) del tutto incompatibile con gli obiettivi climatici.