Transizione ecologica: per l’Italia almeno mille miliardi e un milione di ettari

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Pubblicazione: 19 luglio 2021
L’autore del post è Enrico Mariutti, ricercatore e analista in ambito economico ed energetico. Founder della piattaforma di microconsulenza Getconsulting e presidente dell’Istituto Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG). Autore di “La decarbonizzazione felice” –

Ma di quanti soldi e di quanta terra avremo bisogno per installare tutti i pannelli solari e tutte le pale eoliche che ci serviranno nel quadro della transizione ecologica?

Gli editoriali di Alessandro Barbano, Ferruccio de Bortoli e Federico Fubini hanno acceso un faro su quello che al momento è l’aspetto più problematico della transizione ecologica, e cioè la qualità dei dati su cui è basata la nostra politica ambientale.

In buona sostanza, mentre progettiamo investimenti per centinaia di miliardi di euro in batterie, pale eoliche e pannelli solari non abbiamo a disposizione neanche uno studio di fattibilità istituzionale che ci dica con precisione cosa riusciremo effettivamente a comprare con questi soldi e quanto spazio dovremo occupare per installare questa infrastruttura ciclopica. O meglio, uno studio ci sarebbe.

Nel 2015, infatti, un team di ricercatori coordinato dal prof. Mark Jacobson dell’Università di Stanford ha proposto un modello per stimare le ricadute ambientali, sociali ed economiche del paradigma 100% rinnovabili. Prima l’ha applicato agli USA e poi ad altri 138 Paesi, tra cui l’Italia. Lo studio è diventato rapidamente una pietra angolare della narrativa ambientalista ed è stato aggiornato alla fine del 2019 per tenere il passo con l’evoluzione tecnologica.


Una piccola selezione di approfondimenti che hanno ripreso lo studio di Jacobson solo nel corso degli ultimi mesi





Dato che si tratta probabilmente della ricerca più citata degli ultimi anni vale la pena vedere che dati propone. Ma intanto cominciamo con un aneddoto gustoso. Nel 2017 lo studio di cui parliamo è stato stroncato da una revisione pubblicata sulla rivista scientifica più prestigiosa d’America, PNAS, che senza troppi giri di parole ha accusato Jacobson di aver manipolato sistematicamente i dati per far risultare possibile quello che in realtà, secondo gli autori, non è fisicamente possibile: alimentare un sistema energetico esclusivamente con fonti intermittenti e non programmabili. Si tratta di contestazioni molto tecniche, che spaziano dalle caratteristiche dei sistemi di stoccaggio dell’energia all’elasticità della domanda di elettricità, quindi le terremo fuori da questa analisi ma è bene menzionarle perché chi legge sappia che genere di incognite gravano ancora sulla reale fattibilità del Green Deal.





Tanto per essere chiari, tra i 21 studiosi che hanno firmato questa durissima stroncatura c’è Ken Caldeira, leading author dell’IPCC, autore per l’Accademia delle Scienze USA e la Royal Society, membro della American Geophysical Union nonché uno dei climatologi più autorevoli del mondo. Indispettito dal tenore delle critiche, Jacobson ha fatto causa a PNAS, chiedendo 10 milioni di dollari di risarcimento. Nel 2018 ha ritirato la denuncia e nel 2020 è stato condannato a pagare le spese processuali. Nel frattempo la stampa americana, dal New York Times al Washington Post passando per il Los Angeles Times, l’ha fatto letteralmente a pezzi.





Ma mettiamo per un attimo da parte il circo mediatico e le contestazioni di Caldeira. Le conclusioni a cui arriva lo studio tanto caro alla narrativa green, infatti, sono già di per sé sconcertanti: secondo i calcoli di Jacobson per centrare l’obiettivo del 100% rinnovabili all’Italia serviranno 600 miliardi di dollari e 500.000 ettari. Contestualmente il costo di produzione dell’elettricità (LCOE) raddoppierà e l’efficienza di rete precipiterà a livelli da terzo mondo (25% di perdite).

Lo studio prevede perdite di rete pari 194 TWh l’anno, cioè due terzi dell’attuale produzione elettrica italiana






Fermarsi a questi dati sarebbe già molto comodo: tanto per dirne una, consumare 450.000 ettari di suolo equivarrebbe a costruire un’altra trentina di Milano o a occupare una superficie pari a una volta e mezza la Valle d’Aosta. Ma facciamo un passo in più, propedeutico ad avere una comprensione più profonda del dibattito sulla transizione ecologica.
Per quanto enormi, infatti, questi dati sono ampiamente sottostimati. Al di là delle premesse metodologiche, infatti, anche le premesse tecniche dello studio sono originali, per usare un eufemismo. Facciamo una carrellata, perché anche un lettore non specializzato ha sicuramente tutti gli strumenti per capire le dimensioni degli errori. Ed è importante che le capisca.

Costi:

1) Lo studio stima i costi della transizione energetica, non della decarbonizzazione. Il modello 100% rinnovabili, infatti, non coincide con l’azzeramento delle emissioni. Tanto per cominciare ci sono l’agricoltura e l’allevamento, che rappresentano circa il 7% delle emissioni nazionali. Queste emissioni non sono correlate alla produzione di energia, quindi la transizione verso le fonti rinnovabili non ne influenzerà il bilancio. Più in generale, poi, c’è un problema di fondo: se analizziamo il loro ciclo di vita anche pale e pannelli comportano delle emissioni di anidride carbonica. A seconda di come vengono prodotti i pannelli, dove vengono prodotti e dove vengono installati, l’elettricità generata da un impianto fotovoltaico può avere un’impronta carbonica pari alla metà di quella di una centrale a gas tradizionale. E per l’auto elettrica il discorso è analogo.





2) I ricercatori non calcolano i costi di transizione del settore dei trasporti. Se pensiamo di mandare in pensione l’ultima auto a combustione tra trent’anni, evidentemente, dobbiamo predisporre degli incentivi per la rottamazione dei veicoli tradizionali. Questi costi non sono presenti nel modello.

3) Lo studio non include i costi di dismissione dell’infrastruttura termica domestica. Nelle case degli italiani ci sono milioni di caldaie e fornelli a gas, stufe a pellet, camini e termocamini. Anche queste apparecchiature andranno sostituite nel giro di una decina d’anni ed è difficile immaginare di farlo senza incentivi pubblici, quantomeno per le fasce meno abbienti della popolazione.

Se vogliamo entrare nell’ottica di azzerare le emissioni con le rinnovabili dovremo mettere al bando la vendita di caldaie e fornelli entro pochi anni.






4) I ricercatori adottano una prospettiva statica sull’andamento dei prezzi delle materie prime. Che significa? Facciamo un esempio banale: se per soddisfare il fabbisogno dell’industria delle batterie tra vent’anni la domanda di litio sarà 42 volte quella attuale – come calcola l’Agenzia Internazionale dell’Energia – è credibile che il prezzo del litio rimanga quello di adesso? E se il prezzo del litio aumenterà di due, quattro, dieci o cento volte, che succederà al prezzo delle batterie al litio?

5) Lo studio non contabilizza i costi legati al riciclo. E non parliamo di cifre di poco conto: secondo un recentissimo studio rilanciato dalla Harvard Business Review, includendo gli oneri legati al riciclo dei materiali, il costo di produzione dell’energia fotovoltaica potrebbe addirittura quadruplicare.

6) I ricercatori non tengono in conto i costi impliciti. Come rileva un rapporto della Banca d’Italia firmato da Ivan Faiella e Alessandro Mistretta l’aumento del costo dell’energia correlato alla transizione energetica avrà un impatto negativo su numerose variabili economiche, dai consumi alle esportazioni.

Consumo di suolo:

1) Lo studio si basa su premesse tecniche palesemente irrealistiche. Un caso su tutti: i ricercatori prevedono che nel 2050 il parco fotovoltaico italiano avrà un’efficienza media del 23,9% ma attualmente non esiste in commercio un solo modulo fotovoltaico con un’efficienza del 23,9%. E, dato che gli impianti solari hanno una vita utile di trent’anni, l’efficienza di quelli che installiamo in questi anni farà media nel 2050.





Non solo: i dati alla base della ricerca presuppongono che tutta la capacità fotovoltaica italiana venga collocata in aree con condizioni metereologiche analoghe a quelle delle zone più assolate della Sicilia.






2) I ricercatori non calcolano che i pannelli si deteriorano nel corso del tempo. Convenzionalmente, i produttori garantiscono una perdita di efficienza non superiore allo 0,8% l’anno. Quindi, ammettendo pure che tra dieci anni esisteranno in commercio moduli fotovoltaici con un’efficienza nominale del 23,9% e che installeremo solo quelli, nel 2050 avranno un’efficienza reale del 20,1%.
3) Efficienza energetica e convenienza economica non sono sovrapponibili. In poche parole, non sempre conviene installare i pannelli più efficienti sul mercato. Generalizzando, se i terreni costano poco e i processi autorizzativi sono permissivi, conviene installare impianti low cost a bassa efficienza energetica, che però comportano un drastico aumento del consumo di suolo.









Tre quarti della potenza fotovoltaica installata in Italia è a media e bassa efficienza (silicio policristallino, film sottile)





Perciò, prendendo per buona la metodologia dello studio ma adattandola ai dati reali, salta fuori che per soddisfare i requisiti dell’attuale strategia climatica qui in Italia avremo bisogno di 1.000/2.000 miliardi di euro e di un milione di ettari di suolo. Nel migliore dei casi.
Di nuovo: sarebbe molto semplice fermarsi a rigirare questi numeri, sottolineando l’enormità delle dimensioni. Così, solo per dare un’idea: negli ultimi 4.000 anni abbiamo consumato due milioni di ettari di terra e adesso ne dovremmo consumare un altro milione in trent’anni. Ma il punto è un altro.

Questo studio è diventato un feticcio della narrativa green, viene citato e condiviso continuamente da scienziati e divulgatori, persone che si suppone conoscano molto bene l’argomento.

Come è possibile che nessuno abbia notato gli errori grossolani nel modello, i dati irrealistici, le premesse tecniche fantasiose? Parliamo di pugni nell’occhio per chi studia la materia. E comunque, come è possibile che nessuno sia rimasto scioccato dalle conclusioni, già di per sé allucinanti? Come è stato possibile far passare i risultati di questa ricerca come un punto a favore del modello 100% rinnovabili? Ma oltre a citarli qualcuno se li legge questi studi, va a verificare la metodologia, guarda le note?

In un momento delicato come questo, in cui dovremmo coltivare il dubbio e il senso critico, ci barrichiamo dietro monolitiche certezze acquisite, oltretutto, non per conoscenza ma per affinità: “Le conclusioni mi suonano bene, sono d’accordo con il punto di vista e quindi è sicuramente vero”.

Quello che chiamiamo dibattito climatico è in realtà un frutto avvelenato dell’identity politics, Gaber sintetizzerebbe con sarcasmo “la Tesla è di sinistra, il carbone è in fondo a destra”. Chi oggi si definisce ambientalista di solito sa molto poco di ecologia, sviluppo sostenibile o risk management ma è fermamente convinto che le multinazionali petrolifere occidentali fomentino guerre in giro per il mondo, che l’agricoltura biologica sia più ecosostenibile di quella industriale e che, sotto sotto, la radice del problema sia il paradigma della crescita infinita, imposto da quell’ideologia perversa che è il capitalismo.

Poi poco importa che tre quarti del petrolio viene estratto da compagnie pubbliche e che una quota tutt’altro che irrisoria (per quanto insufficiente) delle rendite petrolifere sia destinata a finanziare sanità, istruzione e welfare in economie emergenti e Paesi in via di sviluppo.

Poco importa che, come sottolinea la professoressa Elena Cattaneo, se volessimo convertire tutta l’agricoltura mondiale in agricoltura biologica saremmo costretti ad abbattere milioni di chilometri quadrati di foreste per far spazio alle colture, dato che l’agricoltura biologica consuma l’84% di suolo in più rispetto a quella industriale.

Poco importa che, cercando un filo conduttore tra tutte le civiltà, tra gli individui di tutte le epoche, si incappi nell’auspicio che i figli conducano una vita migliore di quella dei padri. E cioè nel paradigma della crescita infinita, 6.000 anni prima del capitalismo e migliaia di chilometri lontano dalla sua culla.

Purtroppo, il dibattito ambientale non è settato su queste lunghezze d’onda.

Troppo spesso all’influencer su Twitter, al blogger impegnato, allo youtuber di tendenza o all’attivista ambizioso interessa solo capire in che modo la transizione ecologica è funzionale alla sua narrativa, non certo se metterà al sicuro le prossime generazioni o produrrà sviluppo. A quello ci penserà qualcun altro.

Il problema è che un tema di questa portata richiederebbe molta più serietà e molta più responsabilità.